giovedì 26 giugno 2014

[Recensione] La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne

Ed è finito anche il liceo! Eh sì, proprio ieri mattina ho sostenuto la prova orale e ora sono libera di leggere un po' di più e di dedicarmi a questo blog, che per tanto tempo ho trascurato, poverino. Spero di riuscire ad aggiornarlo con più regolarità, arricchirlo di tante recensioni e magari introdurre anche qualche rubrica, chissà... per adesso vorrei recuperare le recensioni arretrate, a cominciare da "La lettera scarlatta" di Nathaniel Hawthorne, che ho finito già un paio di settimane fa ma di cui non ho ancora avuto il tempo di parlare.





TITOLO: La lettera scarlatta
TITOLO ORIGINALE: The scarlett letter
AUTORE: Nathaniel Hawtorne
CASA EDITRICE: Giunti editore
PAGINE: 317
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2013
ANNO PRIMA EDIZIONE ORIGINALE:  1850

TRAMA

"Fiera e bellissima, Hester prynne viene portata dalla prigione al palco della gogna, dove subisce la pubblica umiliazione di mostrare a tutti la lettera "A" ricamata in rosso scarlatto sul petto. "A" come adulterio: un marchio di infamia che la ragazza è condannata a portare per sempre. Ha una bambina in braccio, frutto del peccato che ha macchiato la sua reputazione. Ma lo spietato codice morale dell'America puritana e in netto conflitto con una legge superiore: quella del cuore"

RECENSIONE 

Non so se l'ho già scritto in qualche altro articolo di questo blog, ma nel dubbio lo dico lo stesso: sono convinta che i cosiddetti "classici", quei libri che a sentirli nominare possono sembrare tanto noiosi e "vecchi", abbiano un qualcosa di eterno, in grado di sopravvivere ai secoli e di farsi comprare ancora adesso, a distanza di trecento e più anni. Tuttavia "La lettera scarlatta" è a tutti gli effetti un romanzo d'altri tempi, classico o non classico. 
Al centro c'è la storia di Hester Prynne, un'adultera, che si è macchiata di "peccato imperdonabile" con un uomo di cui si rifiuta di rivelare l'identità, ma che il lettore può facilmente individuare già dall'inizio e senza tanta difficoltà. Frutto di questa relazione proibita è la piccola Pearl, una bambina vivace, molto spesso paragonata ad un folletto o a uno spiritello dei boschi per il suo particolare carattere.
Marchiata con la lettera scarlatta, Hester Prynne è costretta a vivere ai margini del paese, circondata dalla freddezza dei puritani, sullo sfondo di un'America integralista che nulla concede alle passioni e alle debolezze umane, ma interviene a punirle con implacabilità. Malgrado questo Hester riesce a cavarsela e a trovare un proprio particolare posto nel contesto sociale del suo villaggio, dedicando la sua vita agli altri.
Oltre a lei, altri personaggi sono a volte al centro della storia: il reverendo Arthur Dimmesdale, che molti vedono già destinato alla santità nonostante l'età relativamente giovane, e uno straniero che, arrivato nel villaggio lo stesso giorno della pubblica umiliazione di Hester, diventerà il medico personale del sacerdote, perseguendo precisi piani di una vendetta personale...

Non è facile per un lettore moderno comprendere l'atteggiamento tipicamente puritano di estrema ortodossia, fino e oltre i limiti dell'ipocrisia, che portano Hester alla condanna e all'isolamento, e questo soltanto perché ha avuto una relazione senza essere sposata con l'uomo da cui ha avuto una figlia.
Di Hester si può ammirare il coraggio e la forza, la sua determinazione, l'accettazione non rassegnata ma sempre dolorosa della sua situazione, ma le relazioni tra i diversi personaggi sono completamente diverse da quelle a cui un comune lettore contemporaneo è abituato. Non traspaiono i sentimenti; questi vengono piuttosto lasciati intendere da qualche gesto, da qualche parole... di quell'ipotetica passione che ha portato Hester all'adulterio non c'è traccia per quasi tutto il romanzo e soltanto alla fine i nodi vengono al pettine, ma in modo che, per i nostri tempi, è abbastanza prevedibile.
E' un tipico romanzo ottocentesco, tra l'altro introdotto dalla prefazione più lunga, noiosa e priva di senso che abbia mai letto ( il senso deriva dal fatto che non ha praticamente nessun legame con il romanzo vero e proprio).
Hawthorne, per dire che ha trovato un manoscritto di un suo predecessore dove era riportata la testimonianza di questa storia si dilunga a parlare delle sue origini, del suo lavoro, della storia del posto in cui lavora, delle persone che lavorano con lui, in un discorso praticamente senza capo nè coda... e mortalmente noioso. Ho davvero pensato che se tutto il libro fosse stato impostato in quel modo, non ce lavrei fatta a finirlo. Per fortuna la storia di Hester è raccontata in modo diverso, senza che ci sia l'autore a intervenire direttamente con la sua voce.

 E alla fine, anche se la storia non è tutta questa emozione, si lascia leggere in modo scorrevole, senza grandi colpi di scena però, perché anche il finale non è poi così imprevedibile. Ecco, non è proprio il miglior "classico" che abbia letto, ma non è neanche così male.


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