giovedì 28 agosto 2014

( Progetto trasloco # 10 ) [Recensione] I Figli di Atlantide di Mario De Martino

TITOLO: I Figli di Atlantide
AUTORE: Mario De Martino
CASA EDITRICE: Casini Editore
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2011

Nel 9.600 a.C. circa, l'isola di Atlantide viene inghiottita dal mare. Soltanto pochi abitanti riescono a salvarsi, assieme alle pietre che avevano fatto di quella di Atlantide una delle più evolute civiltà.
Nell'estate del 1938, nella Valle di Anahuac, nell'America del Nord, un archeologo, Clinton Covenat, fa una scoperta molto interessante.
Nel 2011, la vita di tre ragazzi viene sconvolta per sempre. Ivan, Sara e Seiji provengono da tre zone differenti del mondo: Londra, New York e Tokyo. Non si sono mai incontrati, ma sarà il destino ad unirli per sempre. Quando viene recapitato loro un invito a partecipare ad una conferenza sulle civiltà perdute dall'archeologo Matthew Morgan, le loro vite cambieranno per sempre.
E' lo stesso archeologo che fa in modo che i tre entrino in possesso di un medaglione raffigurante un occhio, chiamato "L'Occhio di Atlantide": un amuleto che permetterà ai giovani di trovare le pietre di Atlantide, ma soltanto se essi lo vorranno veramente.
Morgan, però, li mette anche in guardia: devono stare attenti, perché qualcun altro li sta cercando per impadronirsi delle pietre. Si tratta di Chrysalis, una setta, un'organizzazione rimasta nascosta per secoli e intenzionata ad instaurare il Nuovo Ordine Mondiale, una socierà ideale fondata sugli ideali del matematico Renato Cartesio. Benché questa setta non possa permettersi di uccidere i Figli di Atlantide, Sarah, Seiji e Ivan devono stare molto attenti a non farsi notare, soprattutto dopo essersi impadroniti della pietra di Anahuac, ovvero una delle pietre di Atlantide. Si trasferiscono anche a Londra, dove la loro ricerca della verità prosege senza tregua, per cercare di scoprire tutti i segreti e i retroscena della vicenda che li ha coinvolti contro la loro volontà. Accanto a quella dei Figli di Atlantide, si snoda la vita di Robert Gray, agente dell'FBI, intento a cercare di venire a capo di una serie di omicidi che si pensa possano essere legati ad un gruppo segreto.
Riusciranno " i nostri eroi", alla fine, ad impedire che il Nuovo Ordine Mondiale venga instaurato sulle ceneri del vecchio mondo?
Lavoro decisamente notevole se si considera che è stato realizzato da un ragazzo che all'epoca aveva solo 17 anni, anche se i difetti non mancano.
Innazitutto, la parte iniziale è piuttosto confusionaria, non si riesce a capire subito di cosa si stia parlando. Così il finale, benché in questo caso la questione sia più chiara anche se è come se qualcosa "non tornasse". Insomma, ciò che accade lascia piuttosto perplessi, o forse sono semplicemente io a non essere riuscita a capirlo appieno.
Altri ( piccoli) difetti sono questi: i Figli di Atlantide sono tre, ma l'autore sembra concentrarsi molto di più su due di loro, e precisamente Ivan e Sarah, mentre il povero Seiji deve accontentarsi di un ruolo quasi marginale. I pensieri dei personaggi sono un po' ripetitivi, è facile che nel giro di un paio di pagine lo stesso personaggio ripensi alle stesse cose e si ponga le stesse domande... il che, ad essere sinceri, annoia un po'. La storia non è male e l'autore riesce a svolgerne le fila con destrezza, ma alcuni passaggi, benché piuttosto verosimili, sono un po' improbabili e quindi difficilmente credibili. Sembra quasi che tutto venga semplificato, mentre a parer mio qualche volta qualcosa avrebbe anche potuto andare storto, giusto per aumentare un po' la tensione.
Il libro di Mario De Martino, infatti, è lineare, ma sotto tutti i punti di vista: non mi pare di aver trovato incongruenze, ma nemmeno passaggi particolarmente coinvolgenti, che obbligano il lettore a tenere gli occhi incollati alle pagine e a trattenere il respiro per sapere come andrà a finire. Certo è un libro che prende e spinge ad andare avanti, ma che a mio parere non porta ad immedesimarsi nei personaggi nè ad affezionarsi ad essi, come succede invece con altri libri. Anche i personaggi non sono granché caratterizzati, hanno sì delle differenze che li distinguono gli uni dagli altri, ma manca "quell'analisi psicologica approfondita" che porta a comprendere pienamente i personaggi e tutto ciò che essi fanno.
Lo stile asciutto ed essenziale, ma non banale, rende semplice e piacevole la lettura, aiutato in questo dallo svolgersi dei vari episodi, che, anche se non entusiasmanti, sono comunque interessanti e talvolta sorprendenti.
Alla fine dei conti, Mario De Martino ha sicuramente una buona scrittura, ma mi pare esagerato definirlo " a buon titolo l'enfant prodige": non basta scrivere un buon libro a 17 anni per essere degli "dei della scrittura". Ci vuole di più, ma penso che questo giovane autore potrebbe, alla fine dei conti, arrivare là dove molti scrittori agognano di arrivare. Di sicuro, il suo è stato il miglior libro della Casini Editore che abbia letto fino ad adesso.

mercoledì 27 agosto 2014

W...W...W...Wednesday # 6

Ben ritrovati con WWW...Wednesday, la rubrica del mercoledì! Partecipare è semplicissimo, basta rispondere a queste tre domande sulle vostre letture passate, presenti e future!


Cosa stai leggendo?

Diamond - Il mio miglior nemico, di Erika Corvo. Dopo Fratelli dello Spazio Profondo e Black Diamond, questo è il terzo libro che vede come protagonista spaziale il pirata spaziale Brian Black, e non vedo l'ora di sapere se sarà all'altezza dei precedenti episodi.

Cosa hai appena finito di leggere?

Queste sono, da sinistra a desta, le mie più recenti letture: Il palazzo della mezzanotte e Le luci di settembre di Carlos Ruiz Zafon, e Brilliant - Occhi nelle tenebre di M.P.Black.

Quale sarà il prossimo libro che leggerai?


Il prossimo libro che leggerò sarà senza dubbio Shadowhunters- Le origini - L'angelo, il primo volume della trilogia prequel di quella composta da sei volumi. Non vedo assolutamente l'ora di scoprire quali sorprese riserverà!



lunedì 25 agosto 2014

(Progetto trasloco # 9)[ Recensione] Brilliant - Ali di fata di M.P.Black


TITOLO: Brilliant ( ALI DI FATA)
AUTORE: M.P. Black
CASA EDITRICE: pubblicato con Amazon, presto disponibile in formato cartaceo
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2013

- TRAMA-

"Victoria Moore è una brillante studentessa dell'Università di Oxford, in visita per le vacanze estive alla nonna Paige, che risiede presso la bella cittadina di Fairies City.
Sin dal suo arrivo, Victoria è vittima di strani e inquietanti avvenimenti. Prima incontra l'affascinante Jason Cooper, figlio del Sindaco, poi scopre che nel bosco adiacente alla villetta si odono dei canti, che la nonna dice appartenere alle fate che lo abitano. Da quel momento in poi la vita di Victoria verrà stravolta e sarà caratterizzata da strane e terribili sensazioni.
Verrà minacciata di morte da un misterioso ragazzo incappucciato e farà la conoscenza di Simon, che tenterà in ogni modo di allontanarla da Jason. Fra fantasmi che vivono nel seminterrato e antiche leggende, Victoria verrà a conoscenza di una verità sconvolgente. Lei è una fata e probabilmente la più potente. E un angelo caduto dal cielo, il suo aggressore, tenterà di ucciderla per impossessarsi dei suoi poteri e riuscire, così, a ritornare in Paradiso. Victoria si troverà a dover capire chi tra Jason e Simon è l'angelo che la vuole morta e il suo cuore batterà per l'uno e per l'altro, incapace di decidere. Nel frattempo alle sue spalle, nel bosco, le fate tramano qualcosa di terribile, all'ombra delle grandi querce. "

RECENSIONE

Dopo la trilogia de "La Signora degli Elfi", composta da "Lisa Verdi e il ciondolo elfico", "Lisa verdi e l'antico codice", "Lisa Verdi e il sole di Aresil", dopo "I Guardiani delle Anime - La maledizione della regina" e "La Rosa e il pugnale", M.P.Black ci regala questo nuovo libro, in cui amore, odio e magia sono indissolubilmente legati.
Prima di inziare con la recensione vera e propria, credo che un compliemento debba essere espresso all'autrice della copertina, Francesca Resta, che ancora una volta riesce a creare un'immagine che è difficile che passi inosservata, per la fortuna del libro e la gioia dell'autrice!
E adesso, è giunto finalmente il momendo di mettere a nudo e massacrare questa nuova fatica di una delle autrici fantasy che già da qualche anno fa sentire il suo nome tra gli appassionati del genere! ( Scherzo naturalmente :) )
La storia è ambientata a Faries City, nel Regno Unito, una città che, secondo la leggenda, è stata fondata direttamente dalle fate, che continuerebbero a vivere nascoste nel bosco che circonda la cittadina.
E' qui che Victoria Moore, Vicky per gli amici, vuole trascorrere le vacanze estive, accanato all'amata nonna Paige e alle sue due migliori amiche,Cecilia e Leona. Ed è sempre in questa magica cittadina che Vicky farà degli incontri che cambieranno per sempre la sua vita.
Dapprima farà la conoscenza di Jason Cooper, il figlio del sindaco, biondo e dolce, per cui sentirà fin da subito un'attrazione profonda, e poi Simon, dai lunghi capelli neri e dai modi scontrosi, e anche per lui svilupperà un sentimento e una passione difficili da controllare. Due affetti diversi per due ragazzi altrettanto diversi, ma entrambi intenzionati ad averla.
Ma probabilmente l'incontro più sconvolgente è quello con lo spettro di Margareth, una sua antenata scomparsa in circostanze misteriose, il cui assassino, forse, sta dando la caccia anche a Vicky.
Vicky sa che chi le dà la caccia è Ismael, un angelo caduto dal cielo e intenzionato a vendicarsi di chi lo ha fatto precipitare, per sbaglio, sulla terra. Sa che lui sta cercando la fata che può dominare tutte le arti, e sa altrettanto bene che non dovrà mai permettere che Ismael riesca a vedere il piccolo segno a forma di ali che Vicky porta sul corpo, a testimonianza del suo essere fata.
Ma chi, tra Jason e Simon, è Ismael? Entrambi si accusano reciprocamente, ma qual è la verità? E come può Vicky resistere alle fate che abitano il bosco, che con i loro canti così intensi da costringerla a tapparsi le orecchie la invitano a unirsi a loro? Come farà a difendersi e a capire chi dei due ama davvero?

Partiamo dall'inizio, dall'incontro tra Vicky e Jason Cooper. Bene, all'inizio le cose sembrano succedere un po' troppo precipitosamente: lui le chiede di uscire, dopo averla aiutata a sostituire la ruota bucata della sua auto, e lei, ovviamente, accetta, anche se di lui conosce solo il nome. Lo scambio di effusioni, per quanto leggero, che avviene tra i due al loro primo appuntamento non è esattamente quello che ci si potrebbe aspettare tra due che si sono appena conosciuti, anche se non voglio entrare nel merito della forza che un colpo di fulmine può avere.Le frasi scambiate tra Vicky, Jason e subito dopo Simon, a volte appaiono un po' troppo affrettate e avventate.
Ma è un'impressione che si ferma alle prime pagine, perché già quando si delinea all'orizzonte un cosiddetto "triangolo amoroso", in cui è coinvolto un potenziale assassino dall'identità celata, l'attenzione del lettore è subito catturata e l'intreccio entra nel suo vivo, incatenando nelle sue spire inevitabili anche il lettore.
Con un ritmo incalzante, che non concede tregua, si è obbligati a seguire Vicky passo dopo passo, a vivere con lei le sue emozioni, i suoi turbamenti, la sua giustificata paura di fronte alla scoperta che lei è una fata e che qualcuno la vuole morta, e che questo qualcuno potrebbe essere uno dei ragazzi a cui non riesce a non pensare.
I colpi di scena si susseguono con facilità, con rivelazioni improvvise o cambi imprevisti di situazioni, accompagnati da un sottile erotismo, che sarebbe difficile definire volgare, che accompagna tutto il libro.
Passione e odio, appunto, come quello che Ismael prova da quando è precipitato e che lo sostiene nella sua vendetta, fino a quando tutto troverà una fine in una quanto mai imprevedibile conclusione.
Personaggi ben caratterizzati, anche se all'inizio si ha l'impressione che la protagonista, per quanto intelligente, sia un pochettino frivola e un po' "facile", e i tratti distintivi di qualche personaggio vengono ribaditi un po' troppo spesso.
Sicuramente originale è l'idea di legare il destino degli angeli caduti a quello delle fate. Avete mai notato che entrambe le specie hanno le ali? Ma, accanto a angeli e fate, non manca neppure l'elemento magico: Vicky, infatti, avrà a che fare anche con un Libro delle Ombre, il Grimorio di Margareth.
Tra mille incertezze e pericoli, del cuore e della vita, riuscirà alla fine Vicky ad affrontare Ismael e a trovare chi è davvero il ragazzo che merita il suo amore?
Per saperlo... correte a leggervi il libro!
Io per il momento mi pongo in paziente attesa del sequel dei "Guardiani delle Anime", sicura che sarà all'altezza di tutti gli altri libri che M.P. Black ha finora dato alla luce.



[Recensione] Tutti i doni del buio di Erika Corvo

Buongiorno lettori e lettrici, visto che le vacanze romane sono finite, oggi torno a parlarvi di un altro libro di Erika Corvo, di cui non molto tempo fa ho recensito Blado 457- Oltre la barriera del tempo. Con Tutti i doni del buio siamo ancora in un ambito fantascientifico, anzi, da alcuni elementi mi è sembrato di capire che il ibro di cui vi parlerò oggi è ambientato qualche anno dopo Blado 457, anche se non c'è alcun legame tra i protagonisti... ma senza dilungarmi troppo nell'introduzione, passo subito al mio commento!

TITOLO: Tutti i doni del buio
AUTORE: Erika Corvo
CASA EDITRICE: BookSprint Edizioni
ANNO DI PUBBLICAZIONE:

TRAMA

"E’ il secondo racconto della serie Post-atomica che ha avuto inizio con “Blado 457 Oltre la Barriera del Tempo”. Si racconta di un ipotetico futuro, in cui la Terra è stata sconvolta da un conflitto atomico. La razza umana è stata decimata e sono venute a crearsi razze mutanti semiumane, ognuna con caratteristiche differenti. In questo romanzo i protagonisti semiumani sono gli Shakars, i Signori del Buio: spaventose creature carnivore, feroci e crudeli, che si trovano a popolare boschi e foreste, contendendo il territorio agli umani.
Ma siamo sicuri che la razza più feroce non sia ancora quella umana, costantemente avida di profitto ad ogni costo, ipocrita e xenofoba?"
Questo è il quarto libro ormai che leggo di questa autrice, e il mio giudizio su di lei sostanzialmente non cambia: sa scrivere, e scrivere bene, sa inventare storie che, almeno io, trovo originali e piacevoli, e i suoi sono probabilmente tra i libri autopubblicati - anche se la Booksprint è una "vera" casa editrice - migliori che abbia finora letto. E questo, per me, è già tanto, perché ho preso delle vere e proprie fregature con i libri autopubblicati, tanto da farmi venire una naturale avversione verso il self-publishing.
Ma Erika Corvo, per fortuna, si distingue dagli pseudoscrittori che ho letto finora e che hanno deciso di non passare attraverso una casa editrice per arrivare sul mercato.

Tutti i doni del buio, se devo essere sincera, mi è piaciuto un po' meno degli altri libri, forse perché, dal titolo e dalla copertina, mi aspettavo qualcosa di molto più dark. Non che il lato oscuro non sia presente, sia chiaro: alcune scene, anzi, sono piuttosto macabre e cruente, ma il filone principale del libro non è comunque una scia di morte e sangue, ma anzi sono delle storie d'amore a portare avanti tutto. Storie d'amore che però non sono scontate, non sono zuccherose e melodrammatiche, ma sono storie difficili, che si scontrano con numerose difficoltà. Non da ultimo, quella che deriva dall'appartenere a razze diverse.
Infatti, protagonisti al pari degli umani di questo libro sono gli Shakars, mutanti un tempo umani che avevo già incontrato in Blado 457 come temibili predatori notturni. In questo secondo capitolo, questo loro aspetto non scompare, ma l'autrice ci porta oltre le apparenze e le differenze, e, attraverso i protagonisti, ci fa capire quante siano le somiglianze tra quelle che vengono considerate a tutti gli effetti due specie diverse.
Alla fine, credo di poter dire che tutto il libro è una storia sulla diversità e sui punti di vista, e sulla facilità con cui l'uomo si lascia convincere dalle apparenze.

Ho apprezzato il modo in cui l'autrice ha inserito queste creature nella storia, e mi è piaciuto anche il modo in cui le ha delineate, fisicamente parlando. Tuttavia, in generale devo dire che ho trovato i personaggi, tranne Arideth - il racconto della cui vita occupa quasi tutto il romanzo - e Aki, una giovane Shakar, poco incisivi. E' vero anche che a parte i due protagonisti sopra citati, gli altri non hanno ruoli molto importanti ai fini della storia centrale di tutto il romanzo, che è poi il racconto di Arideth.
Mancano le descrizioni di molti ambienti, per cui a volte mi sono trovata a seguire i personaggi senza avere esattamente un'idea del paesaggio che, nella mia mente, avrei dovuto costruire attorno a loro, oppure questo era appena accennato, senza troppi dettagli, ma visto che un difetto simile l'avevo già riscontrato negli altri libri, ne deduco che è un tratto tipico del modo di scrivere dell'autrice, e quindi non posso certo accanirmi contro questo particolare.

Anche se la storia mi ha coinvolta e ho letto il libro in appena un paio di giorni, devo dire che mi ha lasciata un po' delusa, perché mi aspettavo un po' più di azione e anzi, avevo lasciato questo libro alla fine di tutti gli altri della stessa autrice proprio perché, dalla copertina, non ero sicura di voler leggere la storia per paura di quello che avrei potuto trovarci scritto. Invece non ho trovato una horror story, e anche lo scenario è sì post-apocalittico, ma non proprio fantascientifico. A questo proposito, il romanzo manca di una collocazione temporale precisa. Non si hanno molte informazioni sul modo di vestire, si sa che ci si sposta a cavallo, però nei circhi vendono bibite e patatine. Ora, io non so esattamente che cosa intendesse l'autrice, ma per quel che ne so ci vogliono delle fabbriche per produrre simili prodotti.
Un po' di sviste le ho trovate anche nell'uso dei tempi verbali, ma prevalentemente all'inizio. Per il resto la grammatica è complessivamente corretta 

La storia è essenzialmente quella di un'amicizia da un lato, e di una scelta difficile dall'altro: tuttavia mi duole scrivere che l'ho trovata complessivamente piatta. Badate bene, non ho scritto noiosa, nè prevedibile, ma piatta, che è ben diverso: intendo dire che non ci sono grandi colpi di scena, ma tutto procede in modo più o meno lineare, senza essere nè prevedibile nè eclatante, benché si lasci leggere senza alcun problema. Ecco, questa forse è la cosa che mi è dispiaciuta di più, di aver trovato un lungo racconto piuttosto che un romanzo così come viene comunemente inteso.
Poco male, comunque, perché il giudizio complessivo è più positivo che negativo. Quindi posso solo invitare l'autrice a continuare a scrivere e a non fermarsi, anche se penso che non ci sia alcun bisgono di un incitamento da parte mia :)


giovedì 21 agosto 2014

( Progetto trasloco # 8) [Recensione] Ivengral di Alfonso Zarbo


TITOLO: Ivengral
AUTORE: Alfonso Zarbo
CASA EDITRICE: Linee Infinte Edizioni
COLLANA: Phantasia
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2010
PAGINE:314

TRAMA
 
"Aradras: principe tenebroso ardente di rabbia per il genocidio del suo popolo. Ma da che parte schierarsi ora che tutti coloro di cui si schierava sono stati inghiottiti da un baratro persino più buio dei loro stessi cuori? Possibile che il male sia l'unica via?
Uldaric: implacabile segugio al soldo del più oscuro demone rinato dall'antichità. Il dovere sembra avere ormai divorato il suo cuore sigillandolo in un'armatura di gelido metallo nero.
La spada è la sola compagna che gli resta, l'unica a comprendere il dolore che rivela ogni suo gesto. Esiste un modo per riscattare una vita fondata sulla pura violenza?
Le strade dell'elfo delle tenebre e del cavaliere nero si incroceranno per caso lungo un cammino tortuoso, ai loro occhi privo di vie di salvezza. D'altronde chi è cresciuto nell'ombra non potrà mai abbracciare a priori le forze del bene. Ma se d'un tratto anche la luce avesse bisogno di scendere a patti con l'oscurità?
In fondo, a volte, anche chi è di animo buono è costretto a sfoderare l'acciaio per squarciare le nuvole e poter guardare di nuovo il cielo."

*** Prima di iniziare questa recensione, premetto che tutto ciò che verrà scritto di seguito costituisce una critica al libro e al suo autore in quanto tale, non in quanto persona. I commenti sono frutto puramente della lettura e delle mie considerazioni personali, non derivano da frustrazione nè - tanto meno  e nel modo più assoluto - da invidia.***

RECENSIONE

Partendo dalla seconda di copertina, dico come prima cosa che mai, mai in tutta la mia vita ho incontrato una presentazione che avesse così poco a che fare con il contenuto del libro. La parte che vedete scritta sopra in corsivo non c'entra, consentitemi l'espressione, " un fico secco" con quanto si trova sfogliando le pagine, non dice proprio niente di "Ivengral". Primo perché vengono "presentati" ( ma nemmeno poi tanto, perché io sinceramente non ho trovato, nel libro, riscontri di quanto scritto nell'introduzione) soltanto due dei personaggi, mentre la vicenda ruota attorno a ben sei personaggi, che possono a buon diritto considerarsi i protagonisti. Secondo perché alcune informazioni si trovano solo qui: Aradras indeciso? Uldaric tormentato dal passato, con ogni suo gesto che rivela dolore? Scusate, ma questo a me proprio non risulta. Il suddetto Aradras non mi pare abbia poi tanti dubbi su quale strada scegliere e per quanto riguarda lo sterminio del suo popolo ( di cui si tratterà in seguito) beh... per due- tre pagine ( forse qualcuna in più) se ne parla e poi...
E per quanto riguarda Uldaric... vabbè, non vale neanche la pena di soffermarcisi.
Tra tutti i romanzi fantasy che ho letto, Ivengral è stato, senza usare mezzi termini, il più deludente, il più banale, il più patetico e il più "illogico", con situazioni che sono assolutamente impossibili nella realtà - e qui la scusa che "tanto è fantasy" proprio non regge.
La trama per sommi capi è questa: Aradras, giovane principe degli elfi delle tenebre, dopo lo sterminio del suo popolo e l'assassinio del padre ad opera di un miserioso Cavaliere Spettro, viene in possesso di un misterioso guanto magico con poteri misteriosi. Tali poteri si rivelano per la prima volta quando suddetto guando trasporta Aradras e Uldaric, un disertore dell'Armata Buia incontrato da Aradras e dal padre Hamnas pochi istanti prima, nello Svartalfaheim, foresta mezza conquistata da spiriti maligni e difesa strenuamente da alcuni elfi della luce. In tale foresta Aradras e Uldaric vengono fatti prigionieri da Alderan, capo di un gruppo di elfi, il quale, dopo aver ascoltato di come Hamnas e il suo popolo sono stati sterminati, conduce i due prigionieri dal padre, il re Oberon. Alla corte del re degli elfi della luce Aradras conoscerà la verità sul passato di suo padre e sull'Artefatto, che altro non è che un guanto dell'armatura di Ivengral, l'eroe leggendario che in passato aveva sconfitto il male. Giurando di vendicare lo sterminio del suo popolo, Aradras giura di mettersi alla ricerca dei mancanti pezzi dell'armatura per sconfiggere l'Hexenmaister, che non fa mai la sua comparsa nella vicenda ma che viene così descritto dall'autore stesso: "... un essere privo di scrupoli, un tiranno che negli anni era diventato un essere implacabile, una bestia. Alcuni lo ripudiavano, al contrario di quelle creature oscure e sanguinarie che lo servivano e lo veneravano. Altri ancora cercavano di stare il più possibile alla larga dai suoi diabolici potere. Ma tutti temevano il potente mago divenuto despota del Primo Regno, terra dei Mortali, e conquistatore della Grande Terra." Ho solo una cosa da dire a questo proposito: SHOW, DON'T TELL!!!!!Così Aradras, accompagnato da Uldaric, Alderan, Lourina, un druido, Eleuter e Sivilian, due elfi gemelli, si mettono in viaggio verso l'isola di Sakaras per recuperare il secondo frammento dell'armatura leggendaria, custodita dal grigio cavaliere Elnat.
Niente di familiare?
Andando per ordine, cercherò di analizzare i vari aspetti di questo libro:
- Assoluta mancanza di originalità
- Caratterizzazione dei personaggi pressoché assente o quantomeno molto molto superficiale
- Orrori grammaticali e uso inappropriato dei termini della lingua italiana ( mai sentito parlare di vocabolario? Può essere utile, se si hanno dei dubbi...) e il tutto dopo essere passato in mano all'editor e presumo ad altri lettori "intimi" dell'autore
- Banalità e assoluta mancanza di logica in molti aspetti e vicende
- In due parole, molto spesso ho avuto l'impressione di leggere l'opera di un ubriaco
1) Assoluta mancanza di originalità
Non vi è niente, in Ivengral, che lo faccia distinguere dagli altri miliardi di fantasy che si possono trovare in giro per il mondo, anzi, di sicuro è quello che ho trovato più banale. L'atmosfera tetra e misteriosa evocata nella prima parte di questa recensione la si trova solo lì, in quelle poche righe scritte prima dell'inizio del libro vero e proprio, e nella copertina "magnifica". Lo sterminio di un popolo e la promessa di vendetta? Già letto mille volte. Cronache del Mondo Emerso di Licia Troisi, per fare un esempio. Distinzione in razze: elfi della luce, elfi delle tenebre, Mortali ( mi raccomando, con la M maiuscola), druidi, valorosi nani, con il supercattivone che non può assolutamente mancare fa pensare ad un'imitazione del Signore degli Anelli e di decine di altre opere. Insomma, per essere ricordato dai posteri, il signor Zarbo avrebbe dovuto impegnarsi molto più di così. Il tema della ricerca, poi, è comune a qualsiasi fantasy e in Ivengral non presenta alcun elemeno particolare, anzi, il viaggio dei protagonisti si rivela nel complesso piuttosto noiosetto. Insomma, leggere questo libro o leggerne un altro che può essere classificato nella categoria fantasy porterebbe agli stessi risultati. Anzi, forse un altro libro porterebbe più soddisfazioni.
2) Caratterizzazione dei personaggi pressoché assente o quantomeno molto molto superficiale
E molto spesso contradditoria. Aradras, il guerriero forte e coraggioso, che viene fatto passare per spietato, scoppia a piangere due volte ( per rabbia e dolore, ma pur sempre pianto è ) nel giro di quattro pagine. Alderan, il generale serio e severo, ride tranquillamente con i suoi compagni. Uldaric, il disertore ( di cui tutti però si fidano ciecamente fin dalla prima volta che lo vedono), dovrebbe avere un cuore di metallo, ma già dalle prime pagine comincia ad affezionarsi ad Aradra, colui che solo potrà sconfiggere l'Hexenmaister indossando l'armatura di Ivengral. Toh, che strano, suona stranamente familiare, voi non trovate? Per quanto riguarda gli altri... sinceramente, sarà che ho impiegato mesi per leggere questo libro, ma io non saprei dirvi quali siano le caratteristiche peculiare di Sivilian ed Eleuter, gemelli scherzosi e guerrieri, e Lourian, che forse Zarbo voleva far passare per il saggio del gruppo... chissàm bisognerebbe chiederglielo direttamente, perché dal libro non si capisce granché.
Inoltre, non basta dire che un personaggio è, per esempio, "autorevole" perché il lettore se lo immagini così, è necessario anche mostrare, con i fatti, con le azioni, che l'autorevolezza è una delle qualità che contraddistingue quell'elemento. Poi, altro grande difetto che a parer mio va a ledere la struttura già labile di questo romanzo, è il punto di vista che, più che essere ballerino, qui sembra proprio saltellare su un tappeto di braci ardenti, incapace di stare fermo anche soltanto per un minuto. Sei sono i personaggi principali, a cui se ne sommano per alcuni istanti nel corso della vicenda altri secondari: immaginatevi di entrare alternativamente nella mente di ognuno di questi, prima Aradras, poi Uldaric, poi, nel giro di un battito di ciglia, Alderan e così via, in una trottola impazzita che non solo non serve a capire meglio la psicologia ( assente) dei personaggi, ma crea soltanto confusione e fastidio, soprattutto in quei lettori che prediligono uno stile chiaro e diretto, e soprattutto pensato, e non buttato lì, come viene viene e amen. I protagonisti non riescono ad appassionare, a coinvolgere, ho finito il libro soltanto ieri e già comincio a dimenticarmeli, proprio perchè non restano impressi - nè durante la lettura, nè tanto meno dopo.
3) Orrori grammaticali e uso inappropriato dei termini della lingua italiana
Quanti di voi non sanno che il pronome relativo va posto subito dopo il termine a cui si riferisce, magari separato da una virgola o da una incidentale, ma non da altri termini? Il signor Zarbo sembra invece intenzionato a riscrivere i libri di grammatica con il suo personale uso del pronome relativo; ne troviamo un esempio ( non l'unico) in questa frase: " avvertì la sibilante lama urtare il torace in diagonale, che sclafì il giustacuore di cuoio che portava sotto il mantello.". Aspetto perggiore è che, appunto, non si tratta purtopppo di un caso isolato.
Per quanto riguarda il lessico, sapete tutti cosa significa "caggiagione"? Io, per sicurezza, ho controllato sul vocabolario: Cacciagione =selvaggina, gli animali uccisi cacciando. Ma evidentemente il signor Zarbo non la pensa così: secondo lui, se i guerrieri ritornano dalla foresta allegri e contenti e con molte prede, è segno che "la cacciagione aveva dato buoni frutti". Mi spiegate come questo sia possibile, dal momento che la cacciagione è il frutto? Forse Zarbo intendeva dire che la battuta di caccia aveva dato buoni risultati? Mah! E altre imprefezioni simili, che non non sto qui a scrivere - mi ero riproposta di prendere degli appunti man mano che procedevo con la lettura, ma poi mi sono resa conto che avrei sprecato troppa carta e ho deciso di fare affidamento soltanto sulla mia mente, per cui vi basti sapere che sono molti i termini che presso Zarbo assumono un significato diverso da quello del vocabolario. Ah sì, per esempio, scervellarsi=lambiccarsi, stillarsi il cervello, rompersi il capo intorno a un problema, a una questione confusa, complessa. Per il nostro autore, quando un personaggio - Aradras - si chiede Chi è?( qualcuno), ebbene, egli si sta "scervellando" ( poveri noi, e pensare che il mondo è nelle sue mani! Se per lui questa domanda costituisce un motivo di lambiccamento, siamo messi bene!). Da notare che la risposta a tale domanda viene fornita qualche riga più sotto, quindi Aradras ha tempo circa due secondi per porsi la domanda - ma evidentemente per il suo cervello è uno sforzo talmente considerevole da parlare di "scervellamento".
5) E veniamo a quello che io considero il maggior e peggior difetto di tutta l'opera: assoluta mancanza di logica, riscontrabile durante tutto il libro, come se l'autore, via via che scrive, si dimentichi tutto ciò che ha appena scritto sopra ( si tratterà di una forma di perdita di memoria a breve termine?).
E' stata proprio questa incoerenza di fondo che ha fatto di Ivengral uno dei peggiori libri finora letti. E' stato l'unico libro in assoluto che ho cominciato circa cinque volte prima di riuscire ad andare oltre le prime due pagine. In poche parole, è come se mancasse quella struttura logica che tiene insieme ogni libro che si rispetti.
Scena iniziale: é notte ( chissà perchè poi non si possa combattere alla luce del sole), due guerrieri si stanno sfidando in quello che sembra un duello all'ultimo sangue, in cielo brilla soltanto una pallida falce di luna. Sufficiente però a proiettare lunghe ombre sul terreno e a rendere perfettamente visibili i colori degli abiti dei due contendeti. I quali, in un primo momento combattono con scimitarre, poi, qualche riga più in basso, con spade, poi ancora con scimitarre... ma in somma, alla fin fine con cosa stanno combattendo, si può sapere?!
Entrambi sembrano essere maestri di scherma, sono affascinati dalla maestria dell'avversario e poi... tic e tac, detto fatto, con una mossa banale che viene lasciata in gran parte all'immaginazione dell'autore ( come la maggior parte delle scene di combattimento), uno atterra l'altro. Tutto qui? Beh, decisamente dei grandi maestri, soprattutto quello che si è fatto disarmare. Dal nemico? No, dal padre e maestro.
Padre e figlio - Hamnas e Aradras- proseguono al mattino per la loro strada. Giunti ad un villaggio, grazie al loro fiuto da segugi sono, prima ancora di mettere piede tra le case, in grado di dire che cosa stanno cucinando gli abitanti all'interno delle loro case. Devo ammetterlo, al momento li invidio, dato che io con il raffredore che mi ritrovo in questi giorni sono costretta a tenere perennemente la bocca aperta, con il rischio che qualche insietto ci finsica dentro prima che riesca a chiuderla.
Il villaggo è una piccola città dispersa e isolata, con quattro edifici insignificanti ( parole del libro) ma pattugliato giorno e notte dai soldati dell'Hexenmaister. In questo villaggio si va avanti ad un certo punto un menestrello. Di questo, prima ancora che apra bocca, sappiamo nome vita morte e miracoli, cosa racconterà e anche la punizione riservata ai menestrelli nelle altre zone del regno del Tiranno. No scusate, in questo caso si chiama Hexenmaister. Secondo la mia modesta opinione, queste continue intrusioni dell'autore nella narrazione sono davvero irritanti e tolgono il gusto della scoperta ( se mai vi è qualcosa da scoprire).
Facciamo un salto temporale. Aradras e Uldaric si risvegliano nel campo ( di cui, con una sola occhiata ai soldati che lo abitano, riescono a capire le abitudini giornaliere e anche la sua organizzazione gerarchica - e, ripeto, guardandolo soltanto, senza che nessuno dica loro niente) di Alderan. Il padre di Aradras è da poco - si parla di qualche ora - stata assassinato praticamente sotto gli occhi degli figlio. Aradras sviene poco dopo aver usato il guanto. Quando si risveglia, Uldaric, vedendo che ha gli occhi lucidi, gli rivolge questa frase: "Parlami di tuo padre: ti manca molto?". Niente di più inrtelligente da dire, soprattutto considerato che lo ha appena appena ( ripetizione voluta) perso e probabilmente deve ancora rendersene conto? A me, sinceramente, sono cadute le braccia.
Uno degli aspetti più "interessanti" del libro è costituito proprio da Uldaric. E' un disertore dell'Armata Buia, è stato sottomesso all'Hexenmaister per anni, ma non c'è nessuno, dico, nessuno che si faccia problemi a viaggiare al suo fianco o ad accodargli la propria fiducia, sebbene possa rappresentare un potenziale nemico. Non vi pare un po troppo "alla buona"? Insomma, io ci penserei due volte prima di intraprendere un viaggi accanto a un ( ex) servo di colui che ha dato ordine di sterminare il mio popolo ( a proposito, Aradras è l'unico sopravvissuto della sua razza, ma possibile che tutti, ma proprio tutti tutti tutti gli elfi delle tenebresi trovassero nella loro città, e che solo Hamnas e Aradras mancassero all'appello?).
Si potrebbe andare avanti all'infinito: soldati urlanti che si precipitano con le spade sguainate verso il villaggio che hanno sterminato qualche ora prima ( senza essersi ancora accorti che erano giunte nuove persone - 3, per l'esattezza), Uldaric che afferra al volo una catena appuntita senza farsi nemmeno un graffio, generali e soldati che davanti alla comparsa di un nemico sconosciuto e mostruoso, mai visto prima e demoniaco, trovano anche il tempo di star fermi ad osservare tale mostruosità e di interrogarsi sulla sua intrinseca natura, oppure di fare un bel discorsetto d'incoraggiamento ai soldati - fate con comodo, tanto il nemico che si trova a due passi da voi aspetterà i vostri comodi.
Tutte queste approssimazioni, questo " buttare là le cose" senza chiedersi se sia effettivamente possibile, pur trattandosi di fantasy, che esse avvengano, questo non porsi domande far finta che vada tutto bene sono gli elementi che mi hanno fatto dire di Ivengral quello che trovate scritto sopra. Esempi si possono trovare nelle vicende ma anche nelle singole frasi: " l'aria gelida di Sakaras sembrava non intaccare i loro corpi, protetti dalla testa ai piedi con un lungo giaco di maglia, che lasciava scoperte le braccia e le gambe muscolose.". Meraviglioso, non trovate? L'ho letta a mia mamma, e perfino lei si è fatta due risate. Poi troviamo elmi corinzi ( da Corinto, in Grecia? Che Zarbo si sia dimenticato di parlarci dell'esistenza di varchi dimensionali che mettono in comunicazione il pianeta Terra con il mondo dei personaggi di Ivengral?), occhi celestiali ( di Uldaric? sì, proprio suoi),guarigioni che vengono effettuate grazie a, immaginate un po', incantesimi di guarigione ( potevano forse essere fatte con qualcos'altro? Era proprio necessario specificarlo?) Tuttavia la frase è proprio questa:"Lourian era chino su di lui nel tentativo di guarirlo con un incantesimo di guarigione.". Ulteriore elemento che mi ha fatto invocare letteralmente pietà e ringraziare il cielo che il libro era in prestito e non avevo speso soldi per comprare qualcosa che sinceramente non riesco a capire come sia potuto finire sugli scaffali della Linee Infinite Edizioni.
Insomma, decisamente questo romanzo non mi è piaciuto, e non ne consiglio la lettura a nessuno: ci sono libri migliori, più brillanti ed educativi, che meritano di essere letti. Non mi pare servano altre parole: detto questo, vado a letto, perchè su certe questioni la cosa migliore è davvero dormirci sopra... Ah, a proposito, ho già detto che questo è l'unico libro che mi ha fatto addormentare per davvero?

lunedì 18 agosto 2014

[Recensione] L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera

L'insostenibile leggerezza dell'essere. Chi non hai mai sentito, almeno una volta in vita sua, questo titolo? Personalmente l'avevo sentito diverse volte prima che il professore di filosofia ce lo consigliasse come lettura in vista della futura gita a Praga, ma nemmeno allora l'ho letto, e non ricordo neanché perchè. Poi è uscito con il Corriere della Sera per la collana "Romanzi d'Europa", e allora... mio! E non mi sono pentita di averlo aggiunto alla mia libreria, perché non è stata affatto una lettura pesante o impegnativa, quanto piuttosto una lettura diversa da tutte quelle che ho fatto recentemente.
TITOLO: L'insostenibile leggerezza dell'essere
TITOLO ORIGINALE: Nesnesitelna lehkost bytì
AUTORE: Milan Kundera
CASA EDITRICE: Corriere della Sera
COLLANA: Romanzi d'Europa
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2014
PAGINE:272

TRAMA

"Protetto da un titolo enigmatico, che si imprime nella memoria come una frase musicale, questo romanzo obbedisce fedelmente al precetto di Hermann Broch: << Scoprire ciò che solo un romanzo permette di scoprire>>. Questa scoperta romanzesca non si limita all'evocazione di alcumi personaggi e delle loro complicate storie d'amore, anche se qui Tomàs, Tereza, Sabina, Franz esistono per noi subito, dopo pochi tocchi, con una concretezza irriducibile e quasi dolorosa. Dare vita a un personaggio significa per Kundera <<Andare fino in fondo a certe situazioni, a certi motivi, magari a certe parole, che sono la materia stessa di cui è fatto>>. Entra allora in scena un ulteriore personaggio: l'autore. Il suo volto è in ombra, al centro del quadrilatero amoroso formato dai protagonisti del romanzo: e quei quattro vertici cambiano continuamente le loro posizioni intorno a lui, allontanati e riuniti dal caso e dalle persecuzioni della storia, oscillanti fra un libertinismo freddo e quella specie di compassione che è <<la capacità massima di immaginazione affettiva, l'arte della telepatia, delle emozioni>>. All'interno di quel quadrilatero si intreccia una molteplicità di fili: un filo è un dettaglio fisiologico, un altro è una questione metafisica, un filo è un atroce aneddoto storico, un filo è un'immagine. Tutto è variazione, incessante esplorazione del possibile. Con diderotiana leggerezza, Kundera riesce a schiudere, dietro i singoli fatti, altrettante domande penetranti e le compone poi come voci polifoniche, fino a darci una vertigine che ci riconduce alla nostra esperienza costante e muta. Ritroviamo così certe cose che hanno invaso la nostra vita e tendono a passare innominate dalla letteratura, schiacciata dal loro peso: la trasformazione del mondo intero in una immensa <<trappola>>, la cancellazione dell'esistenza come in quelle fotografie ritoccate dove i sovietici fanno sparire le facce dei personaggi caduti in disgrazia. Esercitato da lungo tempo a percepire nella <<Grande Marcia>> verso l'avvenire la più beffarda delle illusioni, Kundera ha saputo mantenere intatto il phatos di ciò che, intessuto di innumerevoli ritorni come ogni amore torturante, è pronto però ad apparire un'unica volta e a sparire, quasi non fosse mai esistito".

Roberto Calasso




Visto che i miei ormai ex compagni di classe l'avevano letto prima di me, ero già preparata a trovarmi una frase di Nieztsche all'inizio del libro, ma non mi aspettavo comunque un romanzo dal taglio così filosofico. Non è un libro di filosofia, questo no, ma più volte si ha l'impressione che al di là del fatto concreto, Kundera abbia voluto approfittarne per delle riflessioni (pseudo?)metafisiche, talvolta profonde, talvolta addirittura così inusuali da sembrare al tempo stesso ridicole e talmente complesse da rimanere stupiti di questa complessità che si cela dietro la "stupidaggine".
L'insostenibile leggerezza dell'essere è il filo conduttore di tutto il libro, che non ha una trama vera e propria. Ci sono dei protagonisti, Tomas, Tereza, Sabina e Franz, ma le loro storie, che si intrecciano e si separano, non seguono un ordine cronologico vero e proprio. E' possibile ricostruire le grandi tappe della loro vita, ma queste si dipiegano nell'arco di anni, anche se il libro non è un mattone di pagine e anzi, l'ho letto appena in un paio di giorni.

Anche se non c'è una storia vera e propria, per essere un"classico" è stato piacevole da leggere, a dispetto del titolo altisonante, non è stato noioso nè pesante, anzi, la divisione in capitoli molto brevi costitusce, come sempre, un incentivo alla lettura, perchè anche chi non ha molto tempo a disposizione per leggere riuscirebbe ad andare avanti di un po' ogni giorno. Personalmente, sono sempre più sollevata quando trovo capitoli brevi rispetto a quando i capitoli ocuppano pagine su pagine a non finire.
Dietro le vicende dei personaggi, a tema prevalentemente "amore e tradimenti", si scorge la situazione della Boemia durante l'occupazione comunista. Senza nulla di documentario, senza accuse o risentimento, senza nemmeno entrare nel particolare, l'occupazione fa da contesto allo svolgimento della storia, ma, sebbene influisca in più di un modo sulla vita di Tomas, di Tereza e di Sabina, sembra restare sempre in secondo piano, perché l'attenzione è concentrata sui personaggi, e non sulla storia. 

L'insostenibile leggerezza dell'essere altro non è che la superficialità, la venialità degli uomini, la facilità con cui tradiscono e con cui si ostinano a non tradire: è un titolo particolare, che probabilmente si apre a un'infinità di interpretazioni.
Un aspetto che mi ha colpito parecchio, è stata la presenza dell'autore, che ogni tanto si intromette in prima persona e parla dei suoi "personaggi", senza alcuna pretesa che il lettore possa pensare che essi siano davvero persone in carne e ossa, che è l'obiettivo che di solito uno scrittore cerca di raggiungere.
Il finale mi ha lasciata un po' perplessa, più che altro perché non l'ho trovato un vero finale.
A distanza di mesi, non so quanto mi resterà di questo libro, perché non ci sono colpi di scena o personaggi indimenticabili. Probabilmente ricorderò Tomas per i suoi continui e seriali tradimenti, ma credo che quello che più mi rimarrà impresso sarà il taglio filosofeggiante, e la chiara sensazione che questo sia un libro che si presterebbe molto bene ad un'analisi più approfondita. Chissà, magari, più vanti, potrei anche farci un pensierino...




giovedì 14 agosto 2014

( Progetto trasloco # 7) [Recensione] Io, Virginia di Chiara Guidarini


TITOLO: Io, Virginia

AUTORE: Chiara Guidarini
CASA EDITRICE: Linee Infinite Edizioni
COLLANA: Phantasia
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2010
PAGINE: 139

ESTRATTO
 
<< Ho alzato gli occhi e ho visto il mio palazzo scomparire dietro la collina e la mia Firenze, impregnata di artisti e opere d'arte, che mi osservava immobile da lontano. Mi sembrava quasi di sentirla piangere, sussultare, agitarsi, mentre l'abbandonavo con il mio sposo accanto a me nella carrozza che sobbalzava, in quella tiepida giornata di marzo...>>
I miei sussurri, flebili ma pieni di enfasi, avevano colorato ancora una volta l'austerità della stanza. Mentre parlavo le pareti bianche erano scomparse, crollate, mai esistite: al loro posto si erano levate alte le cupole di Firenze e i fieri rintocchi della campana del Duomo; larghi vestiti e caldi mantelli avvolgevano persone riccamente bardate, proiettandomi in un tempo lontano fatto di colori, suoni, realtà diverse da quella in cui vivevo.
Tutto andava bene, mentre narravo: mi sentivo anche abbastanza convincente.
Ma quando tacevo, quando permettevo al silenzio di invadere la stanza, la dura realtà tornava a essere la battuta d'arresto dei miei pensieri.
E l'espressione vacua dell'uomo che mi aveva ascoltata non contribuiva a migliorare il senso di smarrimento che mi opprimeva quando quel lontano mondo scompariva e tornavo a essere nient'altro che me stessa.
Il dottore, un uomo sulla cinquantina dagli occhi vispi, aveva sospirato piano, e il suo sguardo si era levato placidamente sugli scaffali carichi di libri, per poi incontrare i miei occhi stanchi, gli occhi di una donna abbattuta, sfinita e ...
Pazza.

RECENSIONE
 
Sara è una ragazza qualunque, in procinto di sposarsi con Stefano, l'uomo che ama. Ma da qualche tempo, strane visioni la perseguitano: sono sprazzi della vita di Virginia de'Medici, figlia di Cosimo I de' Medici, vissuta a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. Che cosa ha a che fare Sara con una Duchessa del 1600? E perché Virginia, o meglio, il suo spirito, è entrato nella sua vita? Che cosa vuole da lei? Sara non lo sa, ma è decisa a scoprirlo e a liberarsi dall'ombra che la perseguita  e che sembra intenzionata a impossessarsi della sua stessa esistenza al più presto possibile. Via via che il fatidico giorno si avvicina, Virginia diventa sempre più presente e, di visione in visione, Sara scopre nuove cose sul suo passato pieno di sofferenze: un amore strappato, il matrimonio combinato con Cesare d'Este, la difficile vita di corte, l'allontanamento dai figli, la morte. Quella morte che Virginia aveva creduto potesse darle una vita migliore, ma forse, nemmeno nell'aldilà è riuscita a trovare la felicità. Forse è per questo che si è rivolta a Sara... Spingendola a visitare Firenze e Ferrara, le città in cui ha vissuto, amato e sofferto, come se stesse cercando di farle ricordare qualcosa, o ritrovare qualcuno, perché è questo che Virginia vuole, ritrovare.Ma chi, e come?
E mentre passato e presente si confondono e la distinzione tra Virginia de'Medici, Duchessa del 1600, e Sara Varzi, che vive a Modena nel 2006, diventa sempre più sottile, la risoluzione di tutto diventa sempre più vicina...Una storia d'amore che all'inizio sembra più una storia di fantasmi e di spiriti che sussurrano nella mente, una storia che si snoda tra studi psichiatrici e visite improvvisate ai luoghi in cui Virginia ha trascorso la sua infelice esistenza, nel tentativo di aiutarla e donarle finalmente la pace.
Come si dice, nella botte piccola c'è il vino buono. Forse non è proprio il paragone più adatto da fare quando si tratta di libri, ma credo che il concetto sia lo stesso. Quando ho "messo gli occhi" su questo libro, di una autrice fino ad allora sconosciuta per me, credevo che mi sarei trovata tra le mani qualcosa di più, come dire, "corposo". E invece no, quello che ho appena terminato di leggere è un volumetto sottile, appena 139 pagine, ma chi l'ha detto che solo i libri grossi come mattoni possono essere belli e avvincenti? Chiunque sia convinto di ciò, legga "Io, Virginia" e cambierà idea.
La "sottigliezza" del volume nulla toglie alla storia, originale di per sè, resa ancor più apprezzabile dallo stile con cui l'autrice, Chiara Guidarini, la espone: fluido, mai pesante, accurato, davvero piacevole da leggere.
La storia, narrata in prima persona, è quella di Sara, ma è anche quella di Virginia de' Medici, personaggio storico realmente esistito, su cui la Guidarini - è evidente - deve essersi molto informata. Virginia, moglie di Cesare d'Este, alla ricerca di...beh, leggete il libro e lo scoprirete. La sua vicenda finisce per legarsi con quella di Sara, futura sposa moderna, arrivando a mettere in discussione anche il suo amore per Stefano. Poche parole bastano a descrivere questo libro, come poche sono le parole con cui la vicenda viene raccontata: è una storia breve, che non annoia mai ma anzi spinge continuamente il lettore ad andare avanti. Si legge tranquillamente in un paio d'ore, ma lascia il segno.

( Progetto trasloco # 6 ) [Recensione] L'ultima profezia - 2012 - Il Testamento Maya di Steve Alten



TITOLO: L'ultima profezia- 2012- Il testamento Maya
AUTORE: Steve Alten
ANNO DI PUBBLICAZIONE:  prima edizione ottobre 2009
CASA EDITRICE: Newton Compton editori
PAGINE: 362

Libro all'inizio un po' duro da digerire, non coinvolge subito nella lettura e in alcuni tratti presenta un linguaggio molto tecnico, talvolta del tutto incomprensibile per chi non sappia già di che cosa si sta parlando. Oggetto del libro è - come suggerisce il titolo stesso - la fine del mondo, prevista secondo il calendario Maya per il 21/12/2012, ma che tuttavia è possibile evitare. Non voglio rivelare niente perché rovinerebbe la sorpresa a chi lo sta leggendo, ma qualche accenno ad un paio di cose li farò. Nel libro si alternano le pagine del diario di Julius Gabriel, un archeologo che ha trascorso tutta la sua vita a cercare di scoprire il significato della profezia maya e un modo per impedire che si avveri, e lo svolgersi della vicenda vera e propria, che vede protagonista Micheal ( Mick) Gabriel, figlio dell'archeologo. All'inizio è piuttosto noioso, alle pagine del diario di pura storia segue la descrizione della vita di Mick, rinchiuso in un manicomio da 11 grazie alle macchinazioni di un "nemico di famiglia". Nemmeno quando la sua strada si incrocia con quella di Dominique, una psichiatra, le cose sembrano cambiare. Mick è convinto che le informazioni incredibili contenute nel diario del padre siano vere, ma nessuno vuole credergli, all'inizio nemmeno la sua psichiatra ( Dominique appunto). Con lo svolgersi degli eventi, il lettore deve sorbirsi un sacco di informazioni, sulle culture mesoamericane, sulle piramidi di Giza, sul processo di fissione- fusione nucleare, sulla descrizione di gigantesche astronavi aliene, e soprattutto se la lettura non è continua, il lettore rischia seriamente di perdersi per strada. Ma soprattutto, in un primo momento non si riesce a capire dove voglia andare a parare l'autore, è come se girasse intorno a qualcosa ( la profezia maya) senza però dire tutto quello che sarebbe bene sapere su di essa ( espediente del resto necessario per far proseguire la ricerca di Mick). E poi, alla fine, tutti i più piccoli indizi, anche quelli che sembravano del tutto irrilevanti, trovano un loro posto nel progetto di salvezza del mondo, prcesso che non riguarda unicamente gli umani o gli abitanti del pianeta Terra... La parte finale è sicuramente la migliore, quella in cui il lettore può finalmente dire "ok, adesso ho capito". Il finale è inaspettato, e lascerebbe spazio eventualmente a un secondo volume - questo dovrebbe infatti essere il primo di una saga.
Elementi puramente scientifici sono intrecciati con particolari fantascientifici per non dire fantasiosi, sebbene ci sia una accurata e quasi maniacale documentazione alla base del libro
( basti pensare che di ogni edificio citato vengono descritte le misure, le forme, la composizione eccetera). Quello che all'inizio sembra soltanto un'opera che si avvicina al tema della profezia maya da un punto di vista puramente scientifico e razionale, in realtà poi si svela essere molto di più, introducendo elementi come il bene, il male, i nephilim, serpenti piumati, il Signore del Mondo Sotterraneo e via dicendo, elementi tipici della cultura e della tradizione Maya che fa da sfondo a tutto il libro.
Un po "palloso" soprattutto nella prima metà, il ritmo diventa più serrato e le vicende incuriosiscono di più a partire dalla metà circa in poi. Non è catastrofista e questo già mi pare un tratto particolare per un lavoro che invece ha come tema la distruzione della razza umana... insomma, chi ha paura che il 21-12-2012 possa succedere qualcosa, si tranquillizzi, perché forse c'è qualcuno su questo ( o un altro) mondo che sa cosa fare...

lunedì 11 agosto 2014

[Recensione] Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re di J.R.R.Tolkien.

Lo so, lo so, è a dir poco vergognoso che io sia arrivata a pubblicarre due libri fantasy prima di leggere Il Signore degli Anelli, ma lo confesso, la prima volta che mi sono messa ho dovuto interrrompere la lettura, non riuscivo proprio ad andare avanti con La Compagnia dell'Anello... l'incipit è davvero noioso!
E così sono passati anni, ma alla fine ho preso in mano l'intera trilogia e mi ci sono messa, e adesso posso dire di averla letta tutta. Sì, beh, ho barato un po' con quest'ultimo libro, lo ammetto... ho lasciato perdere un centinaio di pagine di appendice, ma non mi interessava molto leggere tutto l'albero genealogico dei personaggi, detto fra noi...

TITOLO: Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re
TITOLO ORIGINALE: The Lord of the Rings - The return of the King
AUTORE: J.R.R.Tolkien
CASA EDITRICE: Bompiani
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2000
PAGINE:463

TRAMA

"Il Signore degli Anelli, composto da tre romanzi pubblicati in Gran Bretagna fra il 1954 e il 1955, è uno dei massimi cicli narrativi di questo secolo. Con questa storia chiarissima ed enigmatica, J.R.R.Tolkien ( 1892 -1973), sommo studioso di letteratura inglese medievale e anglosassone, ha creato un mondo immaginario ma tutto oggettivato, all'antica maniera epica, e assolutamente verosimile.
Nel terzo romanzo, Il ritorno del Re, Aragorn e i suoi amici giungono a Gondor, relitto dell'antico Regno degli Uomini: è il mondo del Bene, in piena decandeza. Intorno, nei boschi e sulle montagne, si avvertono presagi di redenzione e mentre Frodo e Sam riprendono il difficile cammino verso il Monte Fato, nelle pianure presso la capitale di Gondor si scontrano forze del Bene e del Male. Quando il Male sembra avere il sopravvento, Frodo riesce a far cadere l'Anello nel cratere di Monte Fato in modo singolare e impensato. In quel momento l'Occhio malefico, che fin dal principio della storia ha continuato a fissare il mondo, si chiude, e una gran pace scende sulle cose. La Compagnia dell'Anello si riunisce, e gli Hobbit ritornano a casa, incontrando ancora qualche traccia del Male; le loro ultime avventure si compongono in un bizzarro e commovente epilogo dal limpido significato simbolico."


Sicuramente il più bello dei tre, quello che più mi ha coinvolta e che mi sono gustata maggiormente. Probabilmente, sul giudizio non proprio pieno che ho dato ai primi due volumi della trilogia ha influito anche la lettura frammentata e occasionale. Il ritorno del Re invece l'ho letto in tutta tranquillità e senza interruzioni... e avrei anche utilizzato l'amaca nuova per leggere, se non avesse sempre piovuto da quando l'ho comprata, mannaggia a questo luglio così novembroso.
Sono rimasta proprio soddisfatta di questa lettura, in questo terzo libro, più che altrove, ho avvertito chiaramente il legame con l'epica, anche perché se in precedenza si parlava perlopiù di viaggi, ora si arriva finalmente all'azione sul campo di battaglia, e la trama si fa più ricca, più intrecciata, molto più dinamica e coinvolgente
I personaggi mi sono rimasti impressi di più, e tra i tanti devo dire che Sam, ancora una volta, si guadagna un posto speciale per la sua dedizione e la sua caparbietà nell'aiutare Frodo, ormai sempre più gravato dal peso dell'Anello. E trovano spazio anche delle coppie entrate nella storia del fantasy, Arwen e Aragorn, per esempio, ma a me è piaciuta molto anche la coppia Faramir/ Eowyn.
Lo stile/ traduzione mi ha colpita molto, come dicevo prima, mi ha fatto proprio pensare all'epica. E se è vero che probabilmente nessun essere umano si è mai espresso in modi simili prima o durante una battaglia, è anche vero che non vi è nulla di casuale in Tolkien, e tutto è invece perfettamente misurato e ha solide radici negli studi del filologo sudafricano.
Se devo fare un confronto con il film, tutto sommato questo è abbastanza fedele, ma l'ultima parte del libro è stata tagliata nel lungometraggio, probabilmente perché rappresenta un'episodio post-distruzione dell'Anello, per quanto importante.
E, forse non ci crederete, ma mi sono proprio commossa quando Frodo si è fatto accompagnare da Sam ai Rifugi Oscuri per lasciare la Terra di Mezzo...è stata sotto tutti i punti di vista una degna conclusione della saga, e anzi, vorrei condividerla con voi proprio qui.

"Ma ora Sam era pieno di tristezza, e gli parve che la seprazione sarebbe stata amara, più amara ancora era la via del ritorno. Ma mentre erano tutti là riuniti, e gli Elfi stavano salendo sulla nave, e ogni cosa veniva preparata per la partenza, arrivarono al gran galoppo Pipino e Merry. E fra le lacrime Pipino rideva.
- Hai creduto di andartene di nascosto già una volta, Frodo, e non ci sei riuscito - egli disse. - Oggi stavi quasi per farcela, eppure hai di nuovo fallito. Ma non è stato Sam a tradirti questa volta, ma Gandalf in persona!".
"Sì", disse Gandalf; " perché sarà meglio che torniate in tre piuttosto che Sam da solo. Ebbene, cari amici, qui sulle rive del mare finisce la nostra compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò : "Non piangete", perché non tutte le lacrime sono un male".
Allora Frodo baciò Merry e Pipino e per ultimo Sam, e salì a bordo; le vele furono issate, il vento soffiò, e lentamente la nave scivolò via lungo il grigio estuario; e la luce della fiala di Galadriel che Frodo teneva alta scintillò e svanì. La nave veleggiò nell'Alto mare e passò a ovest, e infine, in una notte di pioggia, Frodo sentì una fresca fragranza, e udì dei canti giungere da oltre i flutti. Allora gli parve che, come quando sognava nella casa di Bombadil, la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell'alba. 
Ma per Sam la sera diventò buia, e guardando il mare grigio vide soltanto un'ombra sulle acque che scomparve presto a occidente. Rimase a lungo lì immobile, udendo soltanto il sospiro e il mormorio delle onde sulle spiagge della Terra di Mezzo, e il rumore penetrò sino in fondo al suo cuore. Accanto a lui erano Merry e Pipino, immobili e silenziosi".

venerdì 8 agosto 2014

Destination: Rome

Buon pomeriggio a tutti, gente! Questo è il mio ultimo post prima delle vacanze, perché domani prendo il treno e scappo a Roma per un po' di giorni :) Spero di riuscire a scrivere qualche post anche da lì, facendo affidamento sul Kindle che però, a dirla tutta, oggi mi sta un po' tradendo. Comunque ho intenzione di pianificare un po' di recensioni, quindi se farete un salto di tanto in tanto potreste comunque trovare qualcosa di nuovo. La recensione de "Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re", per esempio, o di altri libri che mi hanno piacevolemtne sorpesa. Ora passo e chiudo, sper di riuscire a scrivere la recensione di Shadowhunters- Città di Vetro prima di partire, in modo da non lasciarla in arretrato per troppo tempo. 
Nel frattempo, spero che anche voi vi stiate godendo un po' di ferie :) :)


mercoledì 6 agosto 2014

W...W...W...Wednesday # 5

Ben ritrovati per il ...
Per partecipare basta rispondere a queste domande:

Cosa stai leggendo?
Al momento sono alle prese con Shadowhunters - Città di Vetro di Cassandra Clare. Lo sto rileggendo, ma so già che mi piacerà moltissimo!

Cosa hai appena finito di leggere?

 














Del primo, St.Jillian Carol - Racconti di Natale di Chiara Bianca D'Oria e Marika Cavaletto, vi ho già proposto la recensione, del secondo, Tutti i Doni del Buio di Erika Corvo devo ancora scriverla, ma sarà comunque abbastanza positiva.

Quale sarà il prossimo libro che leggerai?

Visto che sabato parto per Roma e non so di preciso quando tornerò - dipende dal meteo - non ho ancora scelto la mia prossima letttura. Potrebbe essere Shadowhunters - Città degli angeli caduti o qualche ebook che aspetta nel Kindle da mesi. Oppure, molto più probabilmente, deciderà al momento che cosa mi va :)

E le vostre letture invece quali sono? 

martedì 5 agosto 2014

(Progetto trasloco #5) [Recensione] Donne all'avventura nel lavoro



TITOLO: Donne all'avventura nel lavoro
AUTORE: Pier Paolo Becich di San Servolo e Francesca Lorenzet
CASA EDITRICE: Piazza Editore
COLLANA: -
ANNO DI PUBBLICAZIONE:
2011
PAGINE: 179

" Selezione con sorpresa", "Dinastie senza eredi", "Tirannodonnasauro", "Lavoro Flash", "Un amore di donna", "L'equilibrista", "Salutando il passatodonna", "Uno sguardo verso il futurodonna": sono questi i titoli delle sezioni in cui è suddiviso questo sottile volume, che raccoglie vari episodi con protagoniste le donne nell'ambito del lavoro. Ventiquattro brevi brani, tre per ciascuna categoria, che raccontano aspetti della vita lavorativa di sole donne, passando in rassegna le difficoltà, i problemi, le situazioni più assurde e paradossali, ma proprio per questo parte della realtà lavorativa del cosiddetto "sesso debole". Eppure questo libro non è un manuale nè un saggio sul lavoro femminile. Difficile descriverlo, si potrebbe definire un'opera sui generis, perché davvero ha un carattere suo, particolare. Ogni brano( si passa da nove righe, a sei facciate o forse più) ha una sua protagonista, un suo contesto, ma non espone il probelma in questione esaminadolo da un punto di vista "professionale", lo rapporta alla lavoratrice, è sempre la donna il fulcro di tutto, il perno attorno a cui ruota tutto il resto. Vengono raccontati i vari "effetti collaterali" di un lavoro estenuante anche se gratificante, il risultato di spendere ogni energia esclusivamente per il successo economico, il nulla che alla fine si rischia di ritrovarsi in mano dopo aver sacrificato ogni cosa, anche gli affetti, al lavoro.
Ogni episodio è rigorosamente tratto da storie vere, anche se adattate per "proteggere" l'identità della protagonista, e risente della formazione degli autori: Pier Paolo Becich è infatti un consulente del lavoro, con esperienza in diverse imprese multinazionali in Italia e all'estero, mentre Francesca Lorenzet è piscologa del lavoro e delle organizzazioni. Una tale impostazione si rivela anche nella lettura del libro.
Il linguaggio è molto scorrevole, ma sono presenti alcune imprecisioni ( qualche virgola in meno, una preposizione sbagliata, sviste che comunque non vanno ad incidere sulla valutazione generale), a volte i termini tecnici sono un po' difficili da capire per chi non è "del settore", ma comunque le vari storie sono molto veloci, quasi frettolose, rapide da leggere ma forse non ugualmente da comprendere.
E' evidente che gli autori si sono lanciati in una simile "impresa" ( quella di pubblicare un libro) principalmente per scopi personali, come ha affermato lo stesso Becich:il libro nasce infatti dal rapporto degli autori con il mondo dell'occupazione femminile e dai contatti che hanno avuto con le donne protagoniste di quest'opera, e che sono state testimoni di episodi tali da far decidere a Becich e alla Lorenzet di scriverci davvero un libro.
Nessuna paura, però: il libro è per tutti, anche per coloro che non hanno mai messo piede in un'azienda e la lettura non è impegnativa, anche perché la suddivisione in capitoli e "sottocapitoli" rende molto fluido il tutto. Ottimo per chi non ha molto tempo a disposizione per leggere, perché avrà la possibilità di terminare di volta in volta una storia, senza lasciare mai nulla in sospeso ma nemmeno senza perdere il filo conduttore che unisce tutte le "short stories", e cioè le " donne all'avventura nel lavoro". Insomma, un libro che mette in chiaro quali sono le difficoltà che le donne, in quanto tali ma anche per altri motivi, possono incontrare nel loro cammino all'interno di una grande azienda, raccontando le varie vicende con un tono ironico ma a volte un po' trascurato, probabilmente a causa della scarsa esperienza degli autori nel campo delle pubblicazioni editoriali, ma ottimo per fornire un momento di svago e di relax, illustrando un aspetto che nella nostra società ha un ruolo sempre più importante.

Di seguito trovate un estratto.
Uno sguardo verso il futurodonna - per sport - ciclismo

"Ma com'è dura la salita!" è un pezzo di una bellissima canzone che sta ascoltando con l'auricolare.
La donna si arrampica sobbalzando sulla sua bici iper tecnologica leggerissima eppure robustissima.
I pantaloncini aderentissimi mettono in risalto muscoli possenti che segnano il movimento ritmico di gambe lunghe e affusolate.
L'ufficio si allontana mentalmente e fisicamente...Osserva laggiù, in lontananza la sua città di provincia. Quella palazzina non si vede ma si intuisce. Le piace l'idea che solo un'ora fa stava là dentro in video-conference e ora è quassù su un mezzo evoluto, eppur la donna vi pedalava in bicicletta già un secolo fa.
Lei si diverte a pensare mentre ansima e sale ancora, quanto di quella donna ottocentesca ci sia in lei. Una donna su due bici diverse o due donne diverse stanno comunque pedalando sulla stessa bici?"

lunedì 4 agosto 2014

[Recensione] Shadowhunters - Città di Cenere di Cassandra Clare

Pensavo di riuscire a scrivere questa recensione un po' di giorni fa e invece...ultimamente sono proprio svogliata, non mi va di fare nulla, nemmeno leggere quasi... e questo è grave, perché se non leggo adesso che sono in vacanza, non riuscirò più a finire tutti i libri in arretrato, e devo ancora finire di leggere il manoscritto segreto inviatomi dall'editore. Ma adesso mi rimbocco le maniche e giuro che finisco subito la recensione, senza rimandarla ancora!

TITOLO: Shadowhunters - Città di Cenere
TITOLO ORIGINALE:  The Mortal Instruments - City of Ashes
AUTORE: Cassandra Clare
CASA EDITRICE: Oscar Mondadori
ANNO DI PUBBLICAZIONE:2008
PAGINE: 467

TRAMA

"Clary: vorrebbe che qualcuno le restituisse la sua vecchia, normalissima vita. Ma cosa può esserci di normale quando tua madre è in un coma indotto con la magia e tu sei una Shadowhunter, una cacciatrice di demoni?
Valentine: l'unica speranza che Clary ha per salvare la madre. Un uomo pericoloso, probabilmente pazzo, sicuramente spietato, che, fra l'altro, è suo padre.
Jace: è il fratello che Clary non sapeva di avere. Bellissimo, magnetico ed esasperante, è disposto a tradire tutto ciò in cui crede, pur di aiutare il padre...
E mentre a New York si moltiplicano gli omicidi, nella Città di Ossa scompare la Spada dell'Anima. Il sospetto è che dietro i delitti ci sia Valentine. E Clary si trova costretta a scelte che mai avrebbe voluto compiere..."


Sorprendentemente, ho trovato la prima parte abbastanza noiosa, tanto che mi sono chiesta come mai la prima volta che l'ho letto mi fosse piaciuto tanto, e come mai gli avessi dato un voto di 5/5. Ma questi pensieri sono durati solo fino alla metà del libro, perché poi l'azione è iniziata e allora è stato impossibile resistere al fascino degli Shadowhunters e, come si sarà capito dalla recensione di Città di Ossa, di Jace.
Non c'è niente da fare, anche lunatico com'è continua a rimanere il mio personaggio preferito, complesso ma non banale, dinamico e profondo. Adoro le sue battute e il suo sarcasmo, un sarcasmo che però non nasce da una semplice antipatia nei confronti del mondo, ma che ha le sue sofferte ragioni.
E Magnus Bane? Non ricordavo sinceramente che avesse così tanto fascino, nè che fosse un personaggio così importante e presente nell'intera storia, ma è stata una piacevole (ri)scoperta. 

Accanto al "cattivo" Valentine, che ha rubato la Spada dell'Angelo facendo strage dei Fratelli Silenti, in Città di Cenere compare un altro personaggio terribile, ossia quello di Imogen Herondale, l'Inquisitrice, mano del Conclave, che vede in Jace l'occasione di vendicarsi di tutta la sofferenza della sua famiglia di cui Valentine è stato la causa.
Ma Jace si rivela imprevedibile, e anche Clary, che di per sè non è un personaggio molto incisivo, riserverà molte sorprese.
Entrano in scena anche i Lightwood, i genitori di Alec e Isabel, con il piccolo Max. Anche il personaggio di Maryse mi è piaciuto, perché anche le sue azioni non sono scontate e soprattutto le vere ragioni dei suoi gesti si rivelano soltanto alla fine. E anche Simon, l'amico di Clary, farà la sua parte, assieme a personaggi vecchi e nuovi.
Probabilmente vi chiederete perché mi sto dilungando tanto sui personaggi. La risposta è semplice: è impossibile non apprezzarli, non farsi coinvolgere, nel bene e nel male, perché riservano sempre delle sorprese.
La trama di questo libro in sè non è tutta questa gran cosa, e anzi a conti fatti l'intera storia si svolge nel giro di pochi giorni, ma soprattutto la parte finale è molto incalzante, da leggere tutto d'un fiato in preda alla voglia matta di sapere come andrà a finire, o meglio, come finirà questo secondo episodio.
Adesso sono in trepidante attesa di mettere le mani su Città di Vetro, perché so già che ci saranno una serie di rivelazioni da non perdere... ma devo contenermi, ho ancora uno scaffale pieno di libri che prendono polvere da mesi, poverini :(

Alla prossima!





domenica 3 agosto 2014

[Mini -Recensione] St.Jillian Carol - Racconti di Natale di Marika Cavaletto e Chiara Bianca D'Oria.

Concordo pienamente con voi, questo libro è completamente fuori stagione, ma è in attesa da ormai sei mesi e, visto che mi è stato gentilmente inviato dalle autrici come regalo lo scorso Natale, non vorrei fare la figura di dimenticarlo. Quindi l'ho letto in piena estate, anche se di estate non si può davvero parlare, e ho deciso di proporvi comunque la recensione, anche perché a quanto ho sentito tra un po' dovrebbe uscire Iridium, il seguito di Lithium di cui potete trovare la mia recensione qui.
Visto che questi racconti di Natale hanno come protagonisti proprio i personaggi di St.Jillian saga, ho deciso di ripescarli dagli abissi del Kindle e di rinfrescarmi un po' la memoria in vista dell'uscita del secondo libro :)

TITOLO: St.Jillian Carol - Racconti di Natale
AUTORE: Marika Cavaletto e Chiara Bianca D'Oria
CASA EDITRICE: Self Publishing

TRAMA
"Natale è arrivato. Puntuale come un orologio, atteso con ansia, già stabilito come sempre. St. Jillian si sveglia al suono dei canti di Natale, ricordando l’amore, il dolore, il Destino dei suoi abitanti.
Leggi. Sogna. Temi. Vivi i ricordi più memorabili e cerca, nel profondo del tuo cuore, il tuo più grande desiderio. Esprimilo.  È Natale, in fondo

In attesa dell’uscita di Iridium, lasciati travolgere da queste quattro storie e intona con noi i canti di St. Jillian, i motivi del Destino."


 
Non ho molto da dire su questa raccolta di racconti, anche perché sono solo quattro e piuttosto brevi, tanto che in mezz'oretta li avevo già letti tutti. Però devo dire che comunque mi sono piaciuti, è stato bello reincontrare i personaggi di Lithium e anzi, è stato utile per rinfrescarmi la memoria in vista dell'uscita, come dicevo sopra, del secondo volume che attendo con ansia. Le due autrici si sono riconfermate delle narratrici in gamba, con uno stile molto scorrevole. Ho trovato qualche pecca nelle singole storie, per esempio qualche passaggio logico che, forse per colpa di un errore tecnico, è stato eliminato e questo mi ha lasciata un po' disorientata, perché nel bel mezzo di una conversazione tra due personaggi non riuscivo più a capire chi stesse parlando o di cosa.
Tema centrale di ogni racconto è, ovviamente, il Natale, che in ogni racconto viene visto e vissuto in modo diverso a seconda dei personaggi. Anche se si tratta di una serie di racconti svincolati gli uni dagli altri per tempo, luogo e protagonisti, le due scrittrici hanno trovato comunque spazio per una finale particolare e inaspettato.
Tra tutti i personaggi, Will è quello che spicca di più, come già credo di aver scritto per Litium, e sono molto, molto curiosa di vedere che cosa combinerà nei prossimi volumi della saga. Spero che escano presto!