lunedì 25 agosto 2014

[Recensione] Tutti i doni del buio di Erika Corvo

Buongiorno lettori e lettrici, visto che le vacanze romane sono finite, oggi torno a parlarvi di un altro libro di Erika Corvo, di cui non molto tempo fa ho recensito Blado 457- Oltre la barriera del tempo. Con Tutti i doni del buio siamo ancora in un ambito fantascientifico, anzi, da alcuni elementi mi è sembrato di capire che il ibro di cui vi parlerò oggi è ambientato qualche anno dopo Blado 457, anche se non c'è alcun legame tra i protagonisti... ma senza dilungarmi troppo nell'introduzione, passo subito al mio commento!

TITOLO: Tutti i doni del buio
AUTORE: Erika Corvo
CASA EDITRICE: BookSprint Edizioni
ANNO DI PUBBLICAZIONE:

TRAMA

"E’ il secondo racconto della serie Post-atomica che ha avuto inizio con “Blado 457 Oltre la Barriera del Tempo”. Si racconta di un ipotetico futuro, in cui la Terra è stata sconvolta da un conflitto atomico. La razza umana è stata decimata e sono venute a crearsi razze mutanti semiumane, ognuna con caratteristiche differenti. In questo romanzo i protagonisti semiumani sono gli Shakars, i Signori del Buio: spaventose creature carnivore, feroci e crudeli, che si trovano a popolare boschi e foreste, contendendo il territorio agli umani.
Ma siamo sicuri che la razza più feroce non sia ancora quella umana, costantemente avida di profitto ad ogni costo, ipocrita e xenofoba?"
Questo è il quarto libro ormai che leggo di questa autrice, e il mio giudizio su di lei sostanzialmente non cambia: sa scrivere, e scrivere bene, sa inventare storie che, almeno io, trovo originali e piacevoli, e i suoi sono probabilmente tra i libri autopubblicati - anche se la Booksprint è una "vera" casa editrice - migliori che abbia finora letto. E questo, per me, è già tanto, perché ho preso delle vere e proprie fregature con i libri autopubblicati, tanto da farmi venire una naturale avversione verso il self-publishing.
Ma Erika Corvo, per fortuna, si distingue dagli pseudoscrittori che ho letto finora e che hanno deciso di non passare attraverso una casa editrice per arrivare sul mercato.

Tutti i doni del buio, se devo essere sincera, mi è piaciuto un po' meno degli altri libri, forse perché, dal titolo e dalla copertina, mi aspettavo qualcosa di molto più dark. Non che il lato oscuro non sia presente, sia chiaro: alcune scene, anzi, sono piuttosto macabre e cruente, ma il filone principale del libro non è comunque una scia di morte e sangue, ma anzi sono delle storie d'amore a portare avanti tutto. Storie d'amore che però non sono scontate, non sono zuccherose e melodrammatiche, ma sono storie difficili, che si scontrano con numerose difficoltà. Non da ultimo, quella che deriva dall'appartenere a razze diverse.
Infatti, protagonisti al pari degli umani di questo libro sono gli Shakars, mutanti un tempo umani che avevo già incontrato in Blado 457 come temibili predatori notturni. In questo secondo capitolo, questo loro aspetto non scompare, ma l'autrice ci porta oltre le apparenze e le differenze, e, attraverso i protagonisti, ci fa capire quante siano le somiglianze tra quelle che vengono considerate a tutti gli effetti due specie diverse.
Alla fine, credo di poter dire che tutto il libro è una storia sulla diversità e sui punti di vista, e sulla facilità con cui l'uomo si lascia convincere dalle apparenze.

Ho apprezzato il modo in cui l'autrice ha inserito queste creature nella storia, e mi è piaciuto anche il modo in cui le ha delineate, fisicamente parlando. Tuttavia, in generale devo dire che ho trovato i personaggi, tranne Arideth - il racconto della cui vita occupa quasi tutto il romanzo - e Aki, una giovane Shakar, poco incisivi. E' vero anche che a parte i due protagonisti sopra citati, gli altri non hanno ruoli molto importanti ai fini della storia centrale di tutto il romanzo, che è poi il racconto di Arideth.
Mancano le descrizioni di molti ambienti, per cui a volte mi sono trovata a seguire i personaggi senza avere esattamente un'idea del paesaggio che, nella mia mente, avrei dovuto costruire attorno a loro, oppure questo era appena accennato, senza troppi dettagli, ma visto che un difetto simile l'avevo già riscontrato negli altri libri, ne deduco che è un tratto tipico del modo di scrivere dell'autrice, e quindi non posso certo accanirmi contro questo particolare.

Anche se la storia mi ha coinvolta e ho letto il libro in appena un paio di giorni, devo dire che mi ha lasciata un po' delusa, perché mi aspettavo un po' più di azione e anzi, avevo lasciato questo libro alla fine di tutti gli altri della stessa autrice proprio perché, dalla copertina, non ero sicura di voler leggere la storia per paura di quello che avrei potuto trovarci scritto. Invece non ho trovato una horror story, e anche lo scenario è sì post-apocalittico, ma non proprio fantascientifico. A questo proposito, il romanzo manca di una collocazione temporale precisa. Non si hanno molte informazioni sul modo di vestire, si sa che ci si sposta a cavallo, però nei circhi vendono bibite e patatine. Ora, io non so esattamente che cosa intendesse l'autrice, ma per quel che ne so ci vogliono delle fabbriche per produrre simili prodotti.
Un po' di sviste le ho trovate anche nell'uso dei tempi verbali, ma prevalentemente all'inizio. Per il resto la grammatica è complessivamente corretta 

La storia è essenzialmente quella di un'amicizia da un lato, e di una scelta difficile dall'altro: tuttavia mi duole scrivere che l'ho trovata complessivamente piatta. Badate bene, non ho scritto noiosa, nè prevedibile, ma piatta, che è ben diverso: intendo dire che non ci sono grandi colpi di scena, ma tutto procede in modo più o meno lineare, senza essere nè prevedibile nè eclatante, benché si lasci leggere senza alcun problema. Ecco, questa forse è la cosa che mi è dispiaciuta di più, di aver trovato un lungo racconto piuttosto che un romanzo così come viene comunemente inteso.
Poco male, comunque, perché il giudizio complessivo è più positivo che negativo. Quindi posso solo invitare l'autrice a continuare a scrivere e a non fermarsi, anche se penso che non ci sia alcun bisgono di un incitamento da parte mia :)


1 commento:

  1. Bella rece, grazie davvero. Un piccolo appunto, però, te lo devo fare. Tu sei troppo giovane per avere cognizione delle usanze del passato, ma anche senza nessun tipo di fabbrica o di industria, una volta si vendevano aranciata, limonata, orzata, cedrata e molte altre bibite, semplicemente spremendo a mano i frutti,diluendoli con l'acqua e usando brocche o piccoli otri per esporli in vendita. Esistevano bicchierini di carta. Le patatine si friggevano in padella e si vendevano in cartoccetti di carta spessa arrotolata a cono. E' che io ragiono ancora con la memoria del passato (sono vecchia, ragazzi). Magari avrei fatto meglio ad usare termini come "spremuta d'arancia", piuttosto che "aranciata". Ma l'importante è che il racconto fili liscio e si lasci leggere bene e volentieri.
    Alla prossima; saluti e salute.
    Erika Corvo

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